La Pattona

Questo dolce, pur nelle sue varianti, è presente in tutte le regioni attraversate dall’Appennino; infatti era su questi monti che crescevano rigogliosi i castagneti, spesso unica risorsa invernale per le popolazioni. Le castagne venivano consumate fresche, arrostite, cotte nel latte o con il riso. Questi frutti (che in realtà sono semi), essiccati in appositi capanni chiamati essiccatoi e macinati, venivano anche mescolati alla farina di grano per produrre il pane.
La Pattona, in origine, era una preparazione molto semplice di farina, latte o acqua. Pochi potevano permettersi l’aggiunta di zucchero, noci o pinoli.
In questa mia interpretazione il lievito, non presente nella ricetta originale, serve a rendere più morbido e leggero il dolce a fine cottura.

pattona foto

Ingredienti per una teglia da 24 cm:
400 g di farina di castagne
40 g di zucchero semolato
40 g di uvetta
1 tazzina da caffè di Sassolino
40 g di pinoli
½ litro di latte (potrebbe occorrerne di più)
1 bustina di lievito istantaneo per torte salate
1 cucchiaio di olio evo
1 pizzico di sale

Esecuzione:
Mettere l’uvetta in uno scolapasta e sciacquarla velocemente sotto l’acqua corrente poi lasciarla in ammollo per una decina di minuti nel Sassolino [io ho usato quello di mia produzione ].
Setacciare la farina di castagne insieme alla bustina di lievito, aggiungere lo zucchero, il sale poi versare il latte necessario per ottenere un impasto molto morbido. Infine unire il cucchiaio di olio evo (non indispensabile) l’uvetta insieme al Sassolino ed i pinoli.
Amalgamare bene il tutto poi versare il composto in una tortiera imburrata ed infarinata e cuocere a 180° per 30- 40 minuti. Il tempo di cottura dipende dal forno e dalla consistenza dell’impasto.

Ciambella tenera – Brazadela tandra

ciambella tenera

Ingredienti:
300 g di farina 00
300 g di zucchero semolato
3 uova
100 g di burro liquefatto
1 bicchiere di latte
1 bustina di lievito per dolci
scorza grattugiata i ½ limone
1 pizzico di sale

Esecuzione:

Setacciare la farina con il lievito.
Sciogliere in un tegamino il burro e lasciarlo intiepidire.
Separare i tuorli dagli albumi, unire a questi ultimi 2 cucchiaiate di zucchero, il pizzico di sale e con le fruste montarli a neve non del tutto ferma.
Mettere i tuorli nella planetaria con il restate zucchero e montarli con la frusta a filo. Aggiungere il burro e continuare a montare ancora per un po’.
Montare la frusta a foglia, versare nell’impasto la scorza di limone, la farina ed aggiungere la metà del latte.
Incorporata la farina aggiungere al composto 1/3 degli albumi, mescolare poi fermare la planetaria, aggiungere i restanti albumi montati e proseguire a mescolare con una spatola di silicone. Aggiungere poco alla volta il restante latte sino ad ottenere un impasto morbido.
Imburrare ed infarinare una teglia con il buco centrale, versare il composto ed infornare a 170° per 30/40 minuti.
A cottura ultimata lasciare raffreddare prima di sformare la ciambella.

Torta di tagliatelline detta anche ricciolina

La tradizione fa risalire questa torta ai primi dell’800, ma le testimonianze scritte sono lacunose come spesso capita per le ricette di famiglia custodite gelosamente e tramandate da madre in figlia.
Seppure con alcune differenze, questo dolce è diffuso in tutta l’Emilia Romagna d’altra parte si preparava con ingredienti che sovente si avevano in casa; le mandorle, molto costose, si sostituivano con le armelline, il seme delle albicocche e, quando soprattutto in occasione di ricorrenze particolari si preparava la pasta fresca, se ne teneva una parte per le tagliatelline.

torta tagliatelline foto

Ingredienti per una tortiera da 24 cm:
Per la pasta frolla:
170 g di farina 00
70 g di zucchero
85 g di burro
1 uovo
1 pizzico di sale
Per il marzapane:
120 g di mandorle sbucciate più 3 amare
100 g di zucchero
15 grammi di burro
30 g di arancia candita
1 tuorlo d’uovo
Per le tagliatelline:
1 uovo
100 g di farina 00
Per guarnire:
30 g di cedro candito a cubetti
20 g di burro liquefatto e freddo
zucchero a velo per spolverizzare

Esecuzione:
Con l’uovo e 100 g di farina fare una sfoglia molto sottile e lasciarla asciugare.
Nel frattempo preparare la pasta frolla impastando la farina con l’uovo, lo zucchero, il burro e il pizzico di sale.
Senza lavorare troppo l’impasto formare una palla, coprirla con un canovaccio o avvolgerla con pellicola e lasciarla riposare in luogo fresco per una trentina di minuti.
Per il marzapane tostare le mandorle poi tritarle finemente insieme allo zucchero.
Aggiungere l’arancio a cubetti, il burro fuso e freddo, il tuorlo dell’uovo e impastare il tutto.
Imburrare ed infarinare una tortiera di 24 cm di diametro, rivestirla con la pasta frolla, che va bucherellata con i rebbi di una forchetta. Versare il ripieno e pareggiarlo con la lama di un coltello.
Arrotolare la sfoglia e ricavarne delle tagliatelline finissime, sistemarle sopra il marzapane in uno strato alto circa un dito poi spennellarle con il burro fuso.
Coprire la torta con carta forno o stagnola per i primi 15, 20 minuti per evitare che le tagliatelline si colorino troppo. Infornare a 180° per circa 40 minuti.
A cottura ultimata decorare con il cedro candito a cubetti e spolverizzare con zucchero a velo. Lasciarla raffreddare prima di sformarla.
Conviene preparare questa torta in anticipo perché è migliore uno o due giorni dopo la cottura in quanto con il passare del tempo si ammorbidisce.
NOTA: di tagliatelline ne serviranno poco più della metà.

Il castagnaccio dell’Appennino Modenese

Di questo dolce, tipico della stagione autunnale e le cui origini paiono risalire al XVI secolo, non vi è una ricetta ben definita, ma varia da zona a zona e soprattutto un tempo veniva confezionato con quello che si aveva a disposizione.
Questa è la ricetta “povera” che veniva preparata sull’Appennino Modenese; stranamente manca l’aggiunta degli aghi di rosmarino, ingrediente che si trova in quasi tutte le ricette. In sua vece, per insaporire un po’ il dolce, vi sono i semi di finocchio.

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Ingredienti per una teglia da 20/24 cm:
300 g di farina di castagne
40 g di pinoli
25 g di zucchero
1 cucchiaio di semi di finocchio
2 cucchiai di olio evo
1 pizzico di sale
acqua q.b.

Esecuzione:
Setacciare la farina di castagne. Questa operazione è indispensabile perché qualche pezzetto di castagna riesce sempre a sfuggire alla macina.
In una ciotola impastare la farina con lo zucchero e due cucchiai di olio evo, poi aggiungere il sale, infine versare tanta acqua tiepida quanta ne occorre per ottenere una pastella abbastanza densa. Quando il tutto è ben amalgamato inserire i pinoli ed i semi di finocchio.
Ungere con olio una teglia (la tradizione vorrebbe che fosse di rame) o rivestirla di carta forno, versarvi la pastella che non dovrebbe superare i 2-3 cm e porla in forno preriscaldato a 180°. Il castagnaccio è pronto quando la superficie appare screpolata.
Si può gustare sia caldo sia freddo.

I tortellini in brodo di carne della Dotta Confraternita del Tortellino

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Solitamente, quando decido di preparare i tortellini uso la ricetta di famiglia tramandatami da mia madre, (qui) ma ogni tanto mi piace provare qualcosa di diverso.
La Dotta Confraternita del Tortellino, dopo un’indagine tra le massaie Bolognesi, ha depositato presso un notaio la ricetta del “vero tortellino” stabilendo che questa delizia è nata a Bologna.
A lungo Bologna e Modena si sono contese la sua origine poiché, secondo una delle tradizioni, il primo a confezionarlo fu un oste di Castelfranco, attualmente comune del modenese, ma i nostri cugini fingono di dimenticare che questa cittadina ha fatto parte della provincia di Bologna sino dall’origine e solo nel 1929 fu trasferita in provincia di Modena nonostante le proteste della popolazione.
La leggenda narra che un oste, guercio e Bolognese, quindi due volte furbo, spiasse una notte la dea Venere che aveva preso alloggio nella sua locanda. Vedendone l’ombelico, corse in cucina e volle tramandarne la memoria riproducendolo con un po’ di pasta e di ripieno.
Di vero c’è, invece, che un tempo nelle case signorili i tortellini erano tagliati in forma rotonda come segno di ricchezza: restavano infatti molti ritagli di pasta che venivano cotti per la servitù.
Un’altra diatriba, sempre viva e mai risolta, è se il lombo per il ripieno deve essere cotto o crudo. Personalmente lo preferisco cotto.
Una curiosità per chi non è di Bologna: i veri Petroniani i tortellini, ma anche i tortelloni, non li pesano, li contano. In una porzione normale ce ne vanno da 15 a 25, dipende dall’appetito dei commensali.
La ricetta codificata dalla Confraternita è per 1000 tortellini, io l’ho adattata alle mie esigenze ed ho usato la sfogliatrice perché, dovendoli chiudere da sola, la sfoglia si sarebbe seccata troppo rapidamente.

Ingredienti per la sfoglia:
farina
uova
Per il ripieno:
300 g di lombo di maiale rosolato nel burro
300 g di prosciutto crudo
300 g di mortadella di Bologna DOP
450 g di Parmigiano Reggiano
3 uova
1 noce moscata
Per il brodo:
1 Kg di carne di manzo (doppione)
½ gallina
sedano, carota, cipolla
sale

Esecuzione:
Il lombo va rosolato a fuoco lento con un po’ di burro, quindi tutta la carne va macinata molto finemente e impastata con il Parmigiano e la noce moscata.
Il composto così preparato si lascia riposare almeno 12 ore in frigorifero.
Preparare il brodo mettendo la carne in una pentola con 4 litri di acqua fredda e portarla a ebollizione, quindi togliere con la schiumarola la schiuma formatasi sull’acqua, aggiungere la verdura, aggiustare di sale e fare bollire molto lentamente per almeno 3 ore.
Preparare i tortellini stendendo la pasta sul tagliere di legno con il mattarello sino a renderla molto sottile, tagliare dei quadretti di circa 3 cm di lato, al centro di ogni quadratino collocare una noce di ripieno, quindi piegare la pasta a triangolo facendo combaciare i lati, piegare il triangolo così ottenuto girandolo attorno al dito e sovrapponendo i due lati opposti, premere il tortellino in modo che la pasta si attacchi saldamente e il tortellino rimanga in forma.
Scolare il brodo, portarlo a ebollizione e tuffarvi i tortellini lasciandoli cuocere per ¾ minuti prima di servirli con abbondante Parmigiano.

Al Savaùr – Il Sapore

La prima ricetta conosciuta di questa preparazione risale al 1644, attribuita all’agronomo Vincenzo Tanara, da allora è rimasta praticamente invariata.
Tre sono i requisiti fondamentali: mosto d’uva, mele o pere cotogne, assenza totale di zucchero.
Di origine contadina, il Sapore veniva preparato per utilizzare la frutta rimasta sugli alberi a fine estate perché non completamente matura o con difetti che non ne permettevano la vendita; lo zucchero, invece, doveva essere acquistato, era quindi prezioso.
A Bologna al Savaùr viene utilizzato nella preparazione di pinze, panoni e raviole, ma anche per accompagnare bolliti e formaggi stagionati per il suo gusto leggermente acidulo.
Questa mia non è una ricetta codificata, la confettura è stata preparata con quello che avevo a disposizione: l’uva fragola e le cotogne provengono dal giardino, per la frutta restante ho saccheggiato la fruttiera.

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Ingredienti:
1 litro e mezzo di succo di uva fragola
1 Kg e mezzo di mele cotogne pesate pulite
1 kg di frutta mista( 2 pesche, 5 prugne grosse, mele q.b.)
qualche pezzo di scorza essiccata di melone e arancia
Alcune fettine di zucca essiccata
½ cucchiaino di cannella in polvere

Esecuzione:
Lavare con cura l’uva fragola (la mia non è trattata), sgranarla, versare gli acini in una capace pentola, con il batticarne schiacciarne una parte e bollire per una decina di minuti per intenerire un po’ la buccia che è piuttosto dura.
Lasciare intiepidire, poi, indossando guanti idonei al contatto con alimenti perché l’uva macchia, schiacciare con le mani gli acini sino a ricavarne tutto il succo; porre il tutto in uno scola pasta e lasciare colare il sugo. Non usare il passa verdura perché frantumerebbe i semi che risulterebbero fastidiosi.
Versare il succo ottenuto in una capace pentola e portare ad ebollizione insieme alle scorze di arancia di melone e alla polpa essiccata di zucca.
Nel frattempo preparare la frutta lavandola, sbucciandola, privandola di noccioli e semi.
Tagliarla a pezzetti e aggiungerla al mosto in ebollizione iniziando da quella più dura (le cotogne).
Mescolare spesso utilizzando un cucchiaio di legno dal manico lungo.
Non è facile determinare il tempo di cottura, dipende dalla densità del mosto e dalla qualità della frutta utilizzata, a me sono occorse circa 9 ore anche se non consecutive.
È possibile, infatti, spegnere e riprendere la bollitura anche il giorno successivo.
Poco prima di spegnere aggiungere la cannella.
Per determinare la cottura conviene fare la cosiddetta prova del piattino: un po’ di composto lasciato cadere su un piattino freddo non deve scorrere.
Versare il sapore ancora bollente in vasi a chiusura ermetica precedentemente sterilizzati, chiuderli immediatamente, capovolgerli per 5 minuti, raddrizzarli, avvolgerli in un panno e aspettare che si raffreddino prima di etichettarli e riporli in dispensa.
Se ben preparato il sapore si conserva inalterato per anni.

La ricetta ufficiale della Torta di riso Bolognese

“Vien giù la Madonna!” “Allora piove!” replicano in coro i Bolognesi.
La “Madonna” è la Beata Vergine di San Luca che ogni anno nel mese di maggio dal suo santuario sul colle della Guardia viene portata in città e, per tradizione, almeno una giornata di pioggia è garantita, possibilmente durante una delle processioni. Ma che importa, Bologna è la città dei portici!
Anche quest’anno, dopo la visita in cattedrale, abbiamo fatto un giretto alla “Fiera”.
“Non è più quella di una volta” avrebbe obiettato mia madre, e come darle torto?!
Sparito l’incisore che scriveva il nome su bicchieri che, indeboliti, non arrivavano all’anno successivo. Sparito il venditore di articoli da cucina che ogni anno riusciva a rifilarle qualche carabattola destinata in breve a finire in un cassetto.
Sono invece rimaste tante bancarelle di dolciumi: zucchero filato, frutta di marzapane, brigidini di Lamporecchio, tante leccornie, ma nulla di tipicamente bolognese.
Tornata a casa, ho deciso di festeggiare la presenza in città dell’icona più amata dai Bolognesi con il dolce tipico di questa ricorrenza: la torta di riso.
Questa volta, però, non ho preparato la ricetta di famiglia, ma quella depositata presso la Camera di commercio di Bologna, simile alla mia, seppur diversa nella quantità degli ingredienti.
La ricetta in mio possesso non spiega come preparare lo zucchero caramellato, perciò di mia iniziativa ho posto sul fuoco un tegamino con lo zucchero e due cucchiai di acqua ed ho atteso che si sciogliesse ed assumesse una colorazione bionda prima di versarlo sulle uova.
Ho usato la cannella in polvere, i chiodi di garofano li ho bolliti nel latte poi li ho tolti.

Ingredienti:
1 litro di latte
200 g di riso
200 g di zucchero caramellato
100 g di zucchero vanigliato
3 uova intere più 3 tuorli
100 g di mandorle
100 g di cedro candito
1 bicchierino di mandorlo amaro
Cannella, chiodi di garofano
buccia grattugiata di 1 limone
1 pizzico di sale
4/6 amaretti (facoltativo)

Esecuzione:
Mettere sul fuoco una pentola capiente, far bollire il latte, aggiungere il riso, la scorza grattugiata di limone, il pizzico di sale, lo zucchero vanigliato. Far cuocere il riso, a cottura ultimata il latte dovrà essere quasi completamente assorbito. Far raffreddare in una terrina il riso lasciando che assorba il latte rimasto dalla cottura.
Nel frattempo sbattere le uova con lo zucchero caramellato, incorporate le mandorle tritate, il cedro candito tagliato a dadini (per chi adotta la soluzione che prevede l’impiego degli amaretti li incorpora dopo averli frantumati finemente); amalgamare il tutto molto bene con parte del liquore di mandorle amare. Mettere tutto in uno stampo imburrato e spolverato con pan grattato; l’impasto deve avere uno spessore di 3-4 cm.
Cuocere in forno scaldato a 180° per 20 minuti, poi abbassare a 150°.La cottura complessivamente deve durare 40-45 minuti.
Come si sarà formata sulla superficie della torta una crosticina bionda e croccante togliere dal forno, lasciare intiepidire e bagnare la superficie con il rimanente liquore dopo aver fatto dei forellini con uno stecchino.
Togliere dalla teglia, tagliare la torta rigorosamente a losanghe.

La Pinza

La Pinza comune, quella che a Bologna si trova turi i giorni dal fornaio, è simile nell’impasto esterno a quella natalizia, ciò che la differenzia è il ripieno, assai meno ricco e molto più semplice da preparare in quanto basta un vasetto di marmellata ed è quindi adatta per la colazione del mattino o come dolce alla fine di un pranzo casalingo.
Per rispettare la tradizione per farcirla si dovrebbe usare la Mostarda Bolognese o la confettura di prugne nere, possibilmente casalinga, ma, come per le crostate, ognuno mette quello che ha o che più aggrada.

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Ingredienti per la pasta:
250 g di farina 00
1 uovo
100 g di zucchero semolato
35 g di burro
1 bustina di lievito per dolci
Una presa di sale
scorza grattugiata di ½ limone
un po’ di latte (se occorre)

Per farcire:
Mostarda bolognese o confettura di prugne o altra a piacere

Esecuzione:
Setacciare la farina con il lievito ed inserirli nella planetaria (gancio a foglia, vel. 2) con il burro a pezzetti, lasciando funzionare quel tanto da formare le caratteristiche briciole.
Aggiungere il sale, lo zucchero, poi l’uovo leggermente sbattuto e, se occorre, il latte, sino ad ottenere un impasto della consistenza della pasta frolla.
Versarlo sulla spianatoia, impastare velocemente con le mani poi con il mattarello dare una forma rettangolare ed uno spessore di circa un dito.
Spalmare con la confettura prescelta la superficie lasciando attorno alla pasta un bordo di circa 2 cm poi chiudere sovrapponendo i lati lunghi, ripiegando le estremità per evitare la fuoriuscita della confettura e dando una forma ovale allungata. Con uno spiedino praticare alcuni fori sulla superficie per favorire la fuoriuscita del vapore durante la cottura.
Infornare a 180° in forno preriscaldato per 30 – 40 minuti.
La pasta deve risultare dorata ma non troppo secca.
Tolta dal forno fare raffreddare la pinza su una gratella.

Il Fior di latte Bolognese

Se in un ristorante di Bologna come dolce mi viene offerto il Creme caramel arriccio il naso. Per i Bolognesi DOC esiste solo il Fior di latte che, se ben cucinato, è tuttaltra cosa e, in casa mia, si prepara esclusivamente in stampi da budino, le mono porzioni in stampini di stagnola, che ricordano tanto i dolcetti ospedalieri, sono rigorosamente bandite.
L’esperta era mia madre: i suoi Fior di latte, alti, sodi, senza neppure un buchetto erano famosi in tutto il parentado. Ottima cuoca, ma pessima maestra, quando si accingeva a preparazioni particolari era meglio girare al largo dalla cucina, pertanto mi è rimasta la sua ricetta, ma non ho mai assistito all’esecuzione, quindi ho esitato parecchio prima di provare a realizzare per la prima volta questa delizia. Il risultato è stato più che soddisfacente e, sebbene abbia utilizzato uno stampo dai bordi alti, il dolce non si è afflosciato, ma è rimasto stabile anche dopo averne tagliato una buona parte. Nonostante venga da tutti consigliata la cottura in forno, io, seguendo alla lettera la ricetta materna, l’ho cotto a bagnomaria sul gas come si faceva nei tempi passati.

Ingredienti per uno stampo da 1 litro:
1 litro di latte fresco intero
6 tuorli d’uovo
1 albume
150 g di zucchero emolato
1 baccello di vaniglia
la scorza di 1/2 limone bio
Per il caramello:
100 g di zucchero semolato
2 cucchiai di acqua (opzionali)

Esecuzione:
Porre sul fuoco il latte con lo zucchero tenendone da parte un cucchiaio, aggiungere la scorza di limone prelevata con un pelapatate in modo da evitare di togliere la parte bianca amara, la stecca di vaniglia aperta longitudinalmente.
Far bollire lentamente per sciogliere lo zucchero, mescolando spesso con un cucchiaio di legno pulitissimo per evitare che il latte si attacchi al fondo. Dovrà ridursi di 1/3.
Farlo raffreddare e passarlo con un colino a maglie fitte per eliminare le parti solide.
Nel frattempo preparare il caramello con cui fare la camicia allo stampo versando al suo interno 100 g di zucchero che va bagnato accuratamente con 2 cucchiai di acqua (che si può anche omettere). Porre lo stampo sul fornello a fiamma moderata e lasciare caramellare senza mai mescolare. Sorvegliare la cottura senza allontanarsi mai e, se lo zucchero tende a caramellare da un solo lato, girare lo stampo per rendere lo scioglimento uniforme. Quando lo zucchero avrà assunto una colorazione biondo dorato, togliere dal fuoco e girare lo stampo in tutti i sensi per rivestirlo uniformemente con il caramello. Lasciare raffreddare completamente.
In una capiente ciotola montare a neve non eccessivamente ferma con il cucchiaio di zucchero tenuto da parte l’albume, in un’altra ciotola sbattere i sei tuorli, aggiungerli all’albume e sbattere vigorosamente, da ultimo aggiungere il latte freddo e mescolare a lungo. Passare il composto al colino a maglie fitte prima di versarlo nello stampo.
Mettere lo stampo all’interno di un tegame il cui diametro lo superi di una decina di centimetri e sia leggermente più alto, poi versare acqua tiepida sino ad arrivare ad un paio di cm dall’orlo.
Bollore il Fior di latte a bagnomaria per circa 2 ore, lentamente in modo che l’acqua non entrinel dolce rovinandolo. Quando risulterà ben sodo in superficie e uno stecchino uscirà asciutto, spegnere il fuoco e lasciare raffreddare nella sua acqua.
Al momento di servire porre lo stampo in acqua tiepida o direttamente sul fornello al minimo per far sì che il caramello si sciolga, poi con l’ausilio di un coltellino staccare la crema tuttattorno al bordo infine capovolgre sul piatto da portata ed attendere che scenda.

NOTA: la prossima volta userò il mio estratto al posto del baccello di vaniglia per evitare gli anestetici semini neri che riescono a passare anche attraverso le maglie del colino.

Crescente al forno con strutto

Solitamente lo strutto lo uso solo per friggere certi cibi come i dolci di carnevale, o le crescentine ma questa volta ho voluto provare una vecchia ricetta che prevede l’utilizzo di questo ingrediente all’interno della pasta e devo dire che mi è piaciuto. Sarà perché la quantità di strutto è limitata e non è stato aggiunto altro grasso, comunque la crescente non è risultata unta.

crescente strutto foto

Ingredienti:
500 g di farina 0
100 ml di latte
100/150 ml di acqua (dipende dalla farina)
1 bustina di lievito liofilizzato o 25 g di lievito di birra fresco
70 g di strutto freschissimo
1 cucchiaino di zucchero
1 cucchiaino di sale
un po’ di olio evo, acqua e rosmarino tritato per spennellare
olio evo per la teglia

Esecuzione:
Se si usa il lievito di birra fresco metterlo in una tazza insieme allo zucchero e scioglierlo con un po’ di acqua o latte intiepiditi, poi unire un po’ di farina per ottenere una pastella morbida che va lasciata riposare per una decina di minuti prima di aggiungerla al resto degli ingredienti.
Se si usa il lievito liofilizzato attenersi alle istruzioni perché alcuni tipi vanno sciolti nell’acqua, altri versati direttamente nella farina. Io ho utilizzato quest’ultimo.
Setacciare la farina e versarla nell’impastatrice o sulla spianatoia (tagliere per i Bolognesi), fare un buco al centro, versare il lievito o la pastella, lo strutto, il latte tiepido, una parte dell’acqua ed iniziare ad impastare, aggiungendo la restante acqua a seconda della necessità. Quando l’impasto comincia a legare aggiungere il cucchiaino di sale e continuare a lavorarlo sino a quando risulterà liscio e ben incordato.
Sistemarlo in una ciotola infarinata, inciderlo con un taglio a croce, coprirlo con un canovaccio e porlo a lievitare per circa 2 ore in un luogo riparato.
Quando l’impasto sarà ben cresciuto stenderlo con il mattarello, sistemarlo in una teglia da forno unta di olio evo e lasciarlo nuovamente lievitare per almeno 30 minuti.
Poco prima di infornare miscelare in un bicchiere un po’ di acqua con olio evo, sale e rosmarino tritato e, con l’aiuto di un pennello, spennellare la superficie della crescente.
Infornare a forno preriscaldato a 250° per 5 minuti poi abbassare a 200° e proseguire la cottura per altri 20/25 minuti o sino a quando la superficie non risulterà dorata.